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Restiamo al Sud ma la dignità è ancora una conquista

Restiamo al Sud ma la dignità è ancora una conquista

In un noto ristorante di Milano marittima su cinque camerieri quattro sono del Sud. Mi incuriosisce una ragazza, è sveglia, capelli nerissimi, gesticola simpaticamente e parla volentieri. Le chiedo come si trova, di dov'è, da quanto tempo è lì, se ha nostalgia. Mi risponde: "signò, qua teng a' casa, qua teng o' stipendio, i contributi, qua teng o' mier'c (medico), qua teng o' rispett." Le rispondo che le cose stanno cambiando, che stanno cambiando le teste e le idee, che ci sono giovani come mio figlio ed i suoi amici che si stanno impegnando in movimenti di opinione e di fatti concreti, che ci sono politici che si stanno adoperando per modificare assetti antidemocratici e dannosi, che coraggiosi imprenditori investono, ma soprattutto le dico che siamo noi del Sud che desideriamo dare una svolta, fare una rivoluzione pacifica, incorruttibile e inderogabile. La ragazza mi guarda, si commuove, mi stringe forte una mano e mi bisbiglia un "ci v'rimm"(ci vediamo).  La storiella potrebbe finire qui, ricordi di una sera fra un tovagliolo sporco di pesce dell'Adriatico del Nord e un paio di occhi scuri del Sud che mi fissavano, ma non finisce perché penso, come tanti e sempre più spesso, alla mutilazione di intelligenze, alla disgraziata politica dell'Italia a due velocità, dell'impoverimento di umanità che abbiamo dovuto subire ed ingoiare pur di garantire lavoro, dignità, sopravvivenza ai nostri fratelli, cugini, amici. Io penso veramente ad una rivoluzione, ma prima di tutto culturale, e adesso so di dire una cosa impopolare, ma questa trasformazione radicale deve partire prima di tutto da noi. Quando la ragazza parla di rispetto, parla di quello che lei ha come persona e come 'cameriera', e cioè le viene riconosciuta la Dignità, che è questione attinente alla non-ignoranza e alla ampiezza dell'educazione, che sembrano concetti familiari e praticati, ma appunto, sembrano soltanto. Finché non educheremo i nostri bambini a non urlare nei locali, per strada, a non autorizzarli a pensare che alzare le mani è un segno di forza, ma di prepotenza, finché non ci convinceremo a rispettare i vicini di casa, gli anziani, le mogli, finché con le auto non ci fermeremo prima e non sulle strisce pedonali, finché non impareremo ad essere gentili col prossimo, a dire ai nostri figli che è semplice e naturale dire un buongiorno, un grazie, un 'chiedo scusa', noi saremo sempre uguali a noi stessi, prevarrà l'arroganza della stupida autosufficienza, del chissenefrega, dell'abuso della tolleranza e dell'incomunicabilità più elementare, e per forza di cose includo anche la consistente fascia della politica, che ha il compito e l'onore di rappresentare, dare voce e coagulare i bisogni di tutti. Ora mi si obietterà che sto parlando di formalismi e formalità, rispondo affermando con fierezza che noi meridionali sappiamo essere educatissimi e generosissimi senza neppure sfiorarla, la formalità. La verità è che qualcosa sta cambiando, io il grande cambiamento non riuscirò a vederlo, forse neppure mio figlio che per questo ne sta facendo una sua appassionata priorità ideologica, lo spererei almeno per la figlia di mio figlio. L'importante, comunque, sarebbe che non passassero altri 150 anni di storia discriminante e ingiustamente disuguale. Ciao Alessà, ci v'rimm.

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Mariantonietta Ippolito

Mariantonietta Ippolito

Il pensiero è la forma più inviolabile e libera che un individuo possa avere. Il pensiero è espressione di verità, di crudezza, di amore. Quando il pensiero diventa parola il rischio della contaminazione della sua autenticità è alto. La scrittura, invece, lo assottiglia, ma non lo violenta. Io amo la scrittura, quella asciutta, un po’ spigolosa, quella che va per sottrazioni e non per addizioni. Quella che mi rappresenta e mi assomiglia, quella che proverò a proporre qui. Dal mondo di “Kabul” al vasto mondo dei pensieri dell’”altrove”.

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